Nel 2045 il mondo è sull’orlo del collasso. La realtà è diventata insostenibile e quasi invivibile. Le persone in questo scenario apocalittico e senza speranza decidono di vivere in OASIS, un mondo virtuale creato da uno scienziato “nerd” (James Hallidey) dalla concezione videoludica in cui sono presenti praticamente tutte le citazioni alla cultura pop degli anni ottanta e novanta (presenti anche videogiochi moderni come Minecraft o Halo). Alla sua morte Hallidey lascia in OASIS tre chiavi che dranno a chiunque le possegga il potere di controllare lo stesso OASIS. Tratto dal romanzo omonimo di Ernst Cline, Spielberg dirige un revival (l’ennesimo) degli anni ottanta con protagonisti dei ragazzi. Il regista di E.T si conferma per l’ennesima volta un grandissimo creatore di immagini. Tutte le sequenze virtuali sono incredibili e sembra di essere veramente all’interno di una console: qui i colori e l’estetica la fanno da padrone e riusciamo a vivere appieno la felicità delle persone che dentro OASIS pur con un corpo che non è il loro, riescono ad avere sensazioni ed emozioni che nel mondo reale non riescono più ad avere. Da qui però nasce il problema del film. Perché dovremmo tornare a vivere nella realtà quando è chiaro che si possono stringere legami su OASIS? Il finale manca di audacia e arriva persino a dire che vivere nel virtuale è sbagliato, quando per tutta la sua durata, la pellicola ci mostra il marcio, il degrado e la corruzione ancora presente nella realtà. Non sembra fuori luogo sostenere che era lecito aspettarsi di più, anche se il compito era obiettivamente complesso. Soprattutto perché, concentrato nel trovare l’equilibrio che più gradisce nella diatriba tra reale e virtuale, Spielberg trascura l’angolatura che invece gli è più propria, quella che vede il creatore di Oasis, l’uomo che ha plasmato il mondo fatto di citazioni pop, come un regista, un narratore che crea universi che non esistono ma sono migliori dei nostri.
Ready Player One