Anno 2035, l’umanità è stata spazzata via da un virus letale. I pochi superstiti si sono rifugiati sottoterra e decidono di mandare indietro nel tempo James Cole (Bruce Willis) per raccogliere informazioni e cercare di capire come risolvere la situazione e tornare a vivere in superficie. Per la prima volta Gilliam si trova alle prese con una produzione ad alto budget e con delle star acclamate, ma nonostante ciò il regista ex membro dei Monthy Python sfodera una sorta di anti-blockbuster, con un ritmo lento e la mancanza quasi assoluta di scene d’azione. Vi è un ritorno alle atmosfere fantascientifiche anni 80 con rimandi a Blade Runner (sceneggiato anche quello da David Peoples) e allo stesso Brazil di Gilliam; la struttura societaria orwelliana e le caratteristiche del personaggio di James Cole il quale sembra essere quasi un clone del magnifico personaggio di Jonathan Price presente nel film del 1985. Cole è un personaggio patetico e inutile che viene usato proprio perché anche in caso di fallimento, la sua sorte non importerebbe a nessuno. Strepitose le scenografie e i costumi. Gilliam qui ci mostra la sua versione dell’apocalisse: un epidemia scatenata da uno scienziato ritenuto intoccabile e infallibile e che invece è più pazzo del “pazzo” richiuso nel manicomio prima e che poi cerca di salvaguardare gli animali (uno strepitoso e volutamente imbruttito Brad Pitt). Glliam ci regala un film volutamente imperfetto per farci comprendere la follia e l’imperfezione dell’uomo e lasciandoci una sensazione grottesca e inquieta.
L’esercito delle 12 scimmie